voglio vivere cosi

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di Nicole Cascione

Una vita trascorsa a contatto con la natura, tra le montagne, lontano dalla vita frenetica e alienante, è possibile ed è il sogno di molti. Un modo per poter coniugare desiderio di tranquillità e lavoro è quello di aprire o prendere in gestione un rifugio di montagna. Vivere immersi in un paesaggio fiabesco, circondato da vette innevate d’inverno, una scelta di vita forse a tratti un po’ difficile, ma in grado di ripagare appieno i sacrifici fatti. Ovviamente prima di compiere un passo così importante, è necessario sapere bene a cosa si va incontro. Sono tanti i sacrifici da affrontare e gli ostacoli da superare, ma con una grande dose di buona volontà e forte passione, è possibile raggiungere il proprio obiettivo.

Prima di tutto è necessario fare una distinzione tra i rifugi privati e i rifugi CAI (Club Alpino Italiano). I primi sono del tutto simili a veri e propri ristoranti, dove è possibile trovare un’occupazione come dipendente o come gestore. Mentre, per quanto riguarda i secondi, vi è un vero e proprio bando di assegnazione a cura della sede CAI, dietro la presentazione delle proprie referenze e della propria offerta. Successivamente, vi sarà l’assegnazione ed il nuovo gestore dovrà pagare una quota canone, per poi lavorare in proprio al mantenimento e alla conduzione del rifugio stesso, applicando però le tariffe imposte dal CAI. Inoltre, il gestore dovrà anche stipulare un contratto con il CAI, dove saranno stabiliti i diritti e i doveri del primo, nonché i termini per una corretta ristorazione e la giusta pulizia.

Il CAI, istituzione la cui esistenza ha permesso a molte generazioni di avvicinarsi alla montagna, possiede 432 rifugi, a una quota media che oltrepassa i 2mila metri, a cui si aggiungono 244 ricoveri molto più piccoli con l’essenziale per riposare e non custoditi, e un altro centinaio di strutture, tra punti di appoggio e capanne sociali. Nei rifugi CAI, per mantenere le premesse solidaristiche dell’ospitalità in montagna, c’è un determinato tariffario, che ogni gestore deve esporre. Le tariffe crescono a seconda della categoria dei rifugi. Si parte da 10 euro per i soci CAI fino a 30 euro per i non soci, per un posto letto con coperte. Per la mezza pensione, al pernottamento si aggiungono 10-15 euro. In alcuni rifugi, si paga lo smaltimento dei rifiuti, spesa che ammonta a 3 euro. Ed ancora, nei rifugi CAI non esiste obbligo di consumazione, ovviamente però, offrire una cucina ricca e variegata, in grado di invogliare l’ospite, fa sì che il margine di guadagno aumenti notevolmente. Nel caso invece si decida di acquistare l’immobile da un privato, i prezzi variano in base alla presenza delle strade vicine alla struttura e in base alle condizioni del fabbricato stesso. Gli affitti si aggirano tra i 6mila euro l’anno per quelli con scarsa affluenza e con pochi posti letto, ai 60mila per quelli più grandi e più frequentati.

Sia le Alpi che gli Appennini sono presidiate da numerosi rifugi, costruzioni semplici, ma molto accoglienti, dove gli amanti della natura hanno l’opportunità di camminare sulla neve e poter gustare cibi prelibati. Di solito durante il periodo estivo, gli escursionisti giungono presso i rifugi per riposarsi e per mangiare, in alcuni casi però possono anche restare per una notte. Durante l’inverno, invece, il rifugio è molto più frequentato durante i weekend. Ovviamente, i rifugi in grado di offrire un servizio migliore sotto tutti i punti di vista, quali l’ospitalità, la pulizia, la cucina e la perfetta organizzazione, sono maggiormente frequentati dagli avventori.

Per poter gestire un rifugio di montagna non è richiesto un percorso scolastico specifico, sono comunque necessarie nozioni di base di gestione alberghiera e di ristorazione. E’ indispensabile inoltre possedere determinate caratteristiche: bisogna avere un carattere forte e resistenza psicologica alla solitudine e a condizioni climatiche avverse. Inoltre, bisogna conoscere la montagna e i luoghi specifici; essere guida alpina o di mezza montagna; avere esperienza nella gestione di una struttura; conoscere le modalità per allertare i soccorsi e prestare i primi interventi; avere una famiglia di supporto; avere anche doti psicologiche, di accoglienza e ascolto.

Da un punto di vista specificatamente burocratico, è indispensabile seguire alcuni fondamentali passi, per poter avviare un’attività del genere. Prima di tutto bisogna aprire una Partita Iva, è poi necessario richiedere l’autorizzazione comunale; in un secondo momento, è necessario comunicare tutte le caratteristiche e i prezzi della struttura. In seguito bisognerà procedere con la denuncia di inizio attività ai fini della pubblica sicurezza; bisogna ottenere l’autorizzazione sanitaria per i locali; infine è necessario dichiarare l’inizio dell’attività per la somministrazione alimentare e igiene degli alimenti.

Nel momento in cui si decide di intraprendere questa professione affiancandosi al CAI (www.cai.it), è bene cominciare con la scelta della regione e la zona di interesse, rivolgendosi così alle sedi locali dell’associazione che si occupano di indire i bandi. Ogni regione possiede dei regolamenti specifici ed alcune organizzano dei corsi per gestori da inserire in un proprio albo professionale. Quindi è consigliabile contattare gli uffici competenti della regione in cui si desidera intraprendere l’attività, per capire se richiedono specifici titoli. Spesso, sulla stampa locale o su quella sociale CAI, vengono pubblicati, dalle sezioni proprietarie dei rifugi, bandi di concorso relativi alla ricerca di un nuovo gestore, in cui vengono elencate le caratteristiche richieste per poter partecipare all’assegnazione del bando.

Gestire un rifugio di montagna è senza dubbio un’esperienza ricca di ostacoli e di sacrifici, ma uno degli aspetti migliori è quello di poter abbandonare il vivere quotidiano e le comodità cittadine per poi poter seguire il ritmo della natura, molto più lento e rilassante.

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